Nel frattempo, in Venezuela

Geraldina Colotti

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Il Venezuela sembra scomparso dai riflettori. Perché?

Dopo mesi di sovraesposizione mediatica, il Venezuela sembra scomparso dai riflettori. Forse perché Maduro, dato per spacciato a ogni piè sospinto, è sempre presidente? Forse perché il suo governo ha depotenziato le mire golpiste dell'opposizione? Forse perché è uscito dall'angolo con una serie di abili mosse diplomatiche e ha ricevuto il supporto di movimenti e paesi del sud globale?

Intanto la controffensiva chavista, incentrata sulla proposta di una nuova Assemblea Nazionale Costituente (Anc), sta dando i suoi frutti. Ha riportato la pace nel paese, ha rimesso al centro la politica e la partecipazione popolare e cerca di affrontare con più efficacia i mali storici che il socialismo bolivariano ha ereditato dalle “democrazie camuffate” della IV Repubblica: dalla corruzione alla dipendenza dal petrolio, di cui possiede le prime riserve al mondo.

Al primo punto dell'Anc c'è infatti l'autonomia produttiva e su questo si sono prioritariamente concentrate le 22 commissioni di lavoro. A ridosso delle elezioni regionali del 15 Ottobre, le destre hanno perso peso mostrando tutta la propria inconsistenza progettuale. Quasi tutto l'arco della Mud (la Mesa de la Unidad Democratica, un cartello composto da una ventina di partiti di opposizione) ha concluso le sue primarie, fra strepiti e schiamazzi e diverse risse. E ora punta a mantenere in sella i governatori che controllano alcune zone ricche e strategiche come quella di Miranda, lo Stato in cui ha finora imperversato l'ex candidato presidenziale Henrique Capriles Radonsky, del partito Primero Justicia. Dove, però, è ora ben posizionato un giovane leader del Psuv, Hector Rodriguez, che sta proponendo un piano di governo di tutt'altro segno.

Intanto, il coordinatore di Primero Justicia nonché presidente del Parlamento, Julio Borges, sta facendo piroette, dentro e fuori il paese. Prima di tutto corre a chiedere a Trump e all'Europa più sanzioni e persino l'intervento armato. Poi si produce in un balletto senza controllo: da un lato avalla le elezioni pur senza scomunicare i violenti, dall'altro partecipa al dialogo con il governo, negando al contempo di farlo e disattendendo gli accordi presi.

Un'opposizione inaffidabile e antidemocratica, sempre pronta ad approfittare del momento giusto per rovesciare il tavolo: in questo caso, il tavolo del dialogo che si sta svolgendo nella Repubblica dominicana sotto l'egida di alcuni ex presidenti, capitanati dallo spagnolo Zapatero. Una destra strabica e doppiogiochista che sta facendo venire il mal di testa anche ai suoi padrini occidentali, com'è emerso dai rapporti del Comando Sur del Pentagono. Per quanti limiti possa avere il chavismo, avere la Mud al governo sarebbe una rovina per il paese.

Intanto, Washington ha approvato nuove sanzioni al Venezuela, disponendo un blocco economico-finanziario simile a quello imposto a Cuba. Maduro sta tentando di contenere lo strapotere del dollaro sul mercato facendo entrare nelle transazioni finanziarie anche altre monete, a partire da quella cinese e russa: avendo come referente l'oro, di cui il Venezuela possiede le seconde riserve certificate al mondo.

Una misura a cui volevano ricorrere in precedenza anche altri governanti di paesi del sud - da Saddam Hussein a Gheddafi – ma sono stati spazzati via prima che potessero attuare il proposito. Chavez aveva invece deciso di rimpatriare tutto l'oro prima della crisi finanziaria del 2008. E aveva avuto ragione. Avrà ragione anche il suo successore?

Intanto, dal 16 al 19 settembre si sono svolte a Caracas le giornate di solidarietà internazionale con la rivoluzione bolivariana intitolate Todos Somos Venezuela. Oltre 200 rappresentanti provenienti da 60 paesi hanno discusso e approvato il Proclama finale in cui si stabiliscono linee d'azione e campagne di sostegno nei confronti di un laboratorio di idee e di pratiche che, comunque sia, ha rimesso in moto la speranza a 100 anni dalla rivoluzione bolscevica. E non solo in America latina.


Questo è il primo contributo di una serie di interventi dalla giornalista italiana Geraldina Colotti sul Venezuela