All’Indomani delle Elezioni

Geraldina Colotti

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Maduro esce dall'opposizione

Sul Venezuela bolivariano, la strategia mediatica è sempre la stessa: sparare informazioni a senso unico per costruire una matrice di opinione e poi far calare il silenzio se la versione che si è voluto imporre viene smentita, continuando comunque a farla circolare. E' andata così anche con le elezioni regionali del 15 ottobre, che hanno consegnato al chavismo (PSUUV e suoi alleati) la vittoria in 18 su 23 stati (il 24°, Distrito Capital, ha statuto speciale e non era interessato dal voto).

Quando l'organismo elettorale, il CNE, ha diffuso i risultati, Federica Mogherini (Alto Commissario Ue per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza) si è detta “stupita”. Per mesi, infatti, i sondaggi diffusi prevedevano “un plebiscito” dell'opposizione contro Maduro, e comunque un'altissima astensione. Invece, su una popolazione di 31,5 milioni di abitanti e 18 milioni di aventi diritto, ha votato il 61,4%: il 7,2% in più rispetto al 2012, quando era ancora vivo Chavez.

Una partecipazione superiore a quella delle regionali in Messico (53,70%) e in Colombia (60,28%). In 18 anni di governo, il chavismo ha organizzato 22 elezioni e ne ha perse due. Una lezione di democrazia. Nonostante tutti gli allarmi circa una “svolta dittatoriale” di Maduro, l'Assemblea Nazionale Costituente, votata da oltre 8 milioni di cittadini, ha riportato la pace nel paese e, da agosto, sta funzionando a pieno ritmo per affrontare i gravi problemi del paese, sottoposto a una guerra economica che si è intensificata dopo il blocco economico-finanziario deciso da Trump.

Ma non è la democrazia subalterna ai poteri forti e per questo non può piacere a Washington e ai suoi alleati, che ora fanno quadrato contro il socialismo bolivariano. Qual è il livello di credibilità del Messico, dove si va a votare a rischio della vita? Eppure, nel Gruppo di Lima, il Messico è uno dei paesi neoliberisti dell'America latina che non ha riconosciuto i risultati in Venezuela. Qual è la credibilità di Manuel Santos, presidente di una Colombia in cui puoi essere ammazzato impunemente per aver difeso la terra, il posto di lavoro o il diritto a informare? Eppure, Santos è stato il primo a “non riconoscere” i risultati delle regionali in Venezuela. Qual è il livello di credibilità di Luis Almagro, Segretario generale dell'OSA, che tace sulle reali violazioni ai diritti umani in America latina, ma attacca a testa bassa il Venezuela bolivariano?

Eppure, tutti vogliono dare lezioni di democrazia. Pretendono di cambiare tutte le regole del gioco fino a far sedere sulle poltrone governative, portandoceli per mano, i loro protetti dell'opposizione venezuelana.

Nel paese bolivariano, il voto regionale è previsto ogni 4 anni. Si sarebbe dovuto svolgere l'anno scorso, se l'opposizione – maggioritaria in parlamento dal 2015 – non avesse impegnato il CNE in un referendum (fuori tempo) per cacciare il presidente Nicolas Maduro prima della prevista scadenza del 2018.

Anche nel 2017, le destre hanno provato a mettere in atto il loro programma – liberarsi di Maduro – con 4 mesi di violenze che hanno provocato 120 morti: molti dei quali bruciati vivi da quelli che i media mainstream hanno presentato come “pacifici manifestanti in lotta contro la dittatura”.

Ma poi, l'alleanza di opposizione (la Mesa de la Unidad Democrática - MUD) ha deciso di partecipare al voto, provocando le proteste degli oltranzisti. Dopo aver screditato il CNE e la costituzione, la MUD ha accettato di andare a votare con lo stesso sistema elettorale e la stessa “dittatura”. In tasca, però, aveva il solito copione: in caso di sconfitta, avrebbe gridato ai brogli facendo saltare il tavolo. In caso di vittoria, avrebbe finalmente potuto mettere le mani sulle risorse del paese, cancellando le conquiste della “rivoluzione bolivariana”: mediante la sovversione interna e con l'appoggio internazionale.

Le urne hanno invece consegnato alla MUD solo 5 stati: Zulia, Táchira, Mérida, Anzoátegui, Nueva Esparta. Tre di questi (Mérida, Zulia e Táchira) costituiscono però ricche zone di frontiera con la Colombia. E già circola un appello alla “secessione” nelle zone ricche della “mezzaluna” dove l'infiltrazione dei paramilitari è forte.

La MUD ha vinto due stati in più rispetto alla precedente elezione, quando aveva ottenuto solo Amazonas, Miranda e Lara. E in questi ha invece ora subito una batosta storica. Miranda è il secondo stato per numero di elettori (oltre 2 milioni). E' quello in cui ha governato l'ex candidato antichavista Henrique Capriles, del partito Primero Justicia, inabilitato per corruzione. Al suo posto si è presentato Carlos Ocariz, che ha infiammato le reti sociali per le dichiarazioni xenofobe sugli “operai negri che puzzano”. Lo scandalo è scoppiato dopo la pubblicazione di alcuni messaggi WhatsApp, commentati da Miami dalla giornalista di opposizione Patricia Poleo. A Miranda ha vinto il giovane Héctor Rodríguez, del Psuv, imponendosi con il 52,54% contro il 45,92%.

Ora, i quattro governatori del partito Acción democrática, che hanno vinto nel Táchira, Mérida, Anzoátegui e in Nueva Esparta hanno accettato di prestare giuramento davanti al massimo organo plenipotenziario, l'Assemblea Nazionale Costituente. Capriles ha lasciato la coalizione. La MUD si è spaccata. Tutti sono contro tutti.

Il presidente del parlamento Julio Borges (Primero Justicia), corre all'estero per gridare ai brogli, anche se nessuna denuncia è arrivata davanti al CNE. Esistono invece le firme di tutta l'opposizione, che ha sottoscritto le verifiche del sistema elettorale, considerato a prova di frodi. I media, però, questo non lo dicono.

Il quinto governatore, Juan Pablo Guanipa, vincitore nello Zulia per il partito di Borges, non ha accettato di giurare davanti all'Anc. “Non mi inginocchio davanti alla costituente cubana”, ha detto Guanipa. Ovvio – ha ribattuto la sinistra – è già intento a inginocchiarsi davanti a Trump.